La storia, maestra di vita
Giuseppe Sittoni, ex insegnante di educazione fisica di Borgo Valsugana, è uno dei maggiori esperti della lotta partigiana in Trentino, argomento su cui ha scritto anche dei libri. Uno storico della resistenza e dell’insegnamento quindi. Lo abbiamo intervistato per voi.
Sittoni, come sarebbe insegnare ai ragazzi di oggi?
Io sono stato fino al 1979 alle scuole medie e fino al 1990 alle superiori, dove personalmente mi sono trovato meglio. Ora i ragazzi hanno più ansie, più tensioni e sarebbe più impegnativo...
Lei si è dedicato anche al sindacato e alla politica...
Sono stato delegato della CGIL scuola e poi consigliere comunale dei socialisti a Borgo. Ora, citando Pasolini, sono un “cane perduto senza collare”.
E la passione per la storia?
La storia è maestra di vita. Ma forse non abbastanza, visti gli errori che gli uomini continuano a commettere. Per questo mi appassiona.
Soprattutto la storia della resistenza...
Quando nel 1961 iniziai a insegnare a Borgo, questa passione me la trasmise Alberto Ognibeni, preside dell’allora “avviamento commerciale” ed ex partigiano del battaglione “Gherlenda”.
E proprio il “Gherlenda” e la Resistenza in Valsugana e in Trentino sono l’oggetto dei libri che ha scritto...
Mi accorsi che i libri esistenti sulla storia partigiana, a parte un paio di eccezioni, erano molto romanzati e in alcuni casi contenevano degli errori.
Da dove è partito per le sue ricerche?
Ho iniziato a informarmi su una pubblicazione di Gildo Gris che aveva rintracciato i partigiani del “Gherlenda” ancora vivi, anche quelli emigrati in Sudamerica e in Canada.
Quanti ne sono rimasti?
Quando iniziai le mie ricerche ce n’erano 14. Ora sono 6: uno in Tesino, uno a Lamon, due a Trento, uno a Padova e uno a Curitiba, in Brasile.
Cosa pensa del revisionismo di alcuni storici che parlano di “violenze e vendette” dei partigiani?
Nel 1945 un gruppo di partigiani del “Gherlenda” catturò 30 tedeschi che vennero portati a Castello Tesino, dove Celestino Marighetto gli si rivolse dicendo: “Avete ucciso mio padre e mia sorella (la partigiana “Ora”). Avete bruciato la mia casa mentre un’altra è andata distrutta”. E quando i tedeschi si aspettavano di venire fucilati ordinò che gli venisse dato il lasciapassare e li lasciò andare disarmati”. Questi erano i partigiani del “Gherlenda”.