Sulle tracce dei nostri emigranti

Si è conclusa la terza fase messa in atto dai ragazzi dell’Associazione Culturale Sportiva Orizzonti di Borgo Valsugana, sulla ricerca storica-culturale-ambientale-economica dell’emigrazione valsuganotta/trentina nel 1800 verso le Americhe per confrontare le diverse motivazioni sociali ed economiche che hanno spinto i nostri emigranti dapprima in Brasile, poi verso gli USA e infine verso il Canada. Ecco la relazione di questo viaggio con la visita ai Circoli dei Trentini nel Mondo di Toronto e Montreal.


Nella terza fase della ricerca messa in atto dai ragazzi dell’Associazione Culturale Sportiva Orizzonti di Borgo Valsugana sull’emigrazione valsuganotta/trentina nel 1800 sono emerse le diversità nelle spinte e quindi nelle scelte, il più delle volte guidate, che hanno portato i nostri migranti ad occupare terre così lontane e così sconosciute.

La prima massiccia migrazione, verso il Brasile, avveniva su una vera e propria sollecitazione e richiesta dell’allora Don Pedro ad occupare vasti territori, in apparenza ricchi e fertili, ma non del tutto disinteressata vista l’abolizione della schiavitù negra in quei territori. In Valsugana, la fame e le malattie, accompagnavano giornalmente il duro lavoro nei campi e nei boschi, che non riusciva a garantire livelli minimi di sopravvivenza.

Negli USA, gli emigranti arrivarono a cavallo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Da un verso le condizioni sociali ed economiche di quei Paesi erano molto più favorevoli ed i nostri migranti trovavano già un tessuto sociale precostituito che “garantiva” loro quel minimo di “welfare” che da noi ancora non c’era. I nostri però, per vocazione contadini, arrivando tardi rispetto ad altri colonizzatori si trovarono spesso a dover affrontare i lavori più umili e pericolosi non ultima la “ mina”!

La miniera, da una parte, garantiva loro un discreto salario e quindi un’immediata liquidità, dall’altra vicino alla miniera esistevano già i saloon con i diversi svaghi, non ultimo il gioco. Dall’altra l’aspettativa di vita in una miniera d’oro non superava i dieci anni.

Il Canada ci vede emigranti a partire dal ‘900 fino alla fine della seconda guerra mondiale. È un’emigrazione, per un certo verso, più mirata e consapevole, ancora intrisa dal sogno americano, comunque volta alla ricerca di condizioni di vita migliori rispetto a quello che si poteva trovare nelle nostre vallate: in ogni caso prima del boom economico degli anni ‘60.

La nostra visita ai Circoli dei Trentini nel Mondo di Toronto, con la presidente Lucia Flaim e a Montreal con la presidente Franca Collini ed il marito Mario, insieme ai numerosi convenuti che ci aspettavano a braccia aperte, ha permesso ai giovani Valsuganotti di apprendere dalla viva voce dei nostri connazionali, quanto appreso dai diversi documenti consultati, per calarli in un contesto di vissuto presente.

A Toronto il tema centrale è caduto sul ruolo della donna nell’emigrazione, ben raffigurato nei murales nella sede del circolo dalla pittrice Paola de Manincor. Murales, tra tutto il resto, dove lo sbuffo del treno sposa la bianca spumeggiante ondina del mare per la traversata transoceanica, iniziando così un’avventura atta a durare non solo una vita intera, ma per andare oltre costruendo la “nuova storia”, il nuovo mondo ed allo stesso tempo, contribuendo allo sviluppo del vecchio mondo.

A Montreal, davanti ad un piatto fumante di canederli e ad un tagliere stracolmo di affettati alla “trentina”, i giovani valsuganotti hanno potuto sentire in prima persona, le storie, a volte drammatiche, dei duri lavori nella mina da parte dei nonni negli USA, là deceduti, mentre i figli, in un secondo tempo, sbarcavano ad Alifax in Canada, già con un contratto di lavoro in mano, pronti a trasferirsi nelle immense boscaglie per un duro lavoro come boscaioli. La maggior parte di loro, comunque, veniva spesso trattenuta dai connazionali, già instauratisi nelle grandi città e quindi con un’esperienza e una conoscenza dei luoghi già acquisite. Questi venivano, per la stragrande maggioranza, impiegati nell’edilizia e soprattutto nella costruzione di fognature e negli scavi delle “Tube” (metropolitane), dove hanno sempre saputo distinguersi per la grande capacità non solo lavorativa, ma anche imprenditoriale.

Nel contemporaneo la discussione verteva sulla difficile situazione economica che sta attanagliando sia il vecchio che il nuovo continente, lo scambio di idee “sconfinava” sui diversi modi di costruzione odierna: in Canada i cantieri edili rimangono aperti anche in pieno inverno con una temperatura nettamente sotto lo zero, mentre da noi, gli stessi chiudono prima del freddo. Il tutto veniva ampiamente intervallato e rallegrato da canti trentini che hanno reso il commiato più doloroso e commovente. Ciò che i nostri giovani hanno comunque e ovunque constatato, è che i nostri connazionali hanno saputo sempre farsi apprezzare per la loro tenacia, la loro costante dedizione al lavoro, la grande forza di volontà nel voler riuscire, qualità che da sempre ci contraddistinguono dapprima come “Tirolesi” oggi come Trentini.

Nei tre enormi stati studiati e visitati, i giovani “orizzontini”, accompagnati dalla responsabile del progetto prof. Marisa Fistarollo e dalla responsabile tecnica prof. Silvia Pesente, hanno sempre trovato conterranei molto orgogliosi, ben inseriti nella “nuova realtà” che loro stessi hanno contribuito a costruire.

Tutti fanno parte di un contesto sociale economico medio-alto; i loro figli sono laureati ed inseriti in posti di lavoro prestigiosi nei settori più svariati. Tutti sono consapevoli dell’enorme fatica fatta per conquistare questo “status” in una terra un tempo ostile e sconosciuta, oggi riconosciuta come “la terra fatta anche da loro”, con delle radici ben profonde che arrivano fino da noi, la terra di origine, dove tornano sempre più spesso come turisti per ritrovare parenti ed amici, ma dove non potranno mai più rimanere, perché in quella terra lontana hanno la loro famiglia ed i loro figli sono o brasiliani, o americani, o canadesi.

I loro cuori rimangono attaccati alla terra di origine e spesso affiora una domanda: ne sarà effettivamente valsa la pena? In questa domanda traspare quel senso di vuoto e di smarrimento che spesso noi definiamo “nostalgia”.

I nostri giovani globalizzati, hanno saputo ben reggere e sostenere le diverse opinioni circa la situazione economica-sociale-culturale odierna, con precise idee circa la loro prossima collocazione nel mondo lavorativo al termine degli studi. Spesso il confronto è avvenuto su temi inerenti a metodi e discipline inserite nei diversi indirizzi di studio. La domanda più ricorrente riguardava, comunque, una futura possibilità di lavoro nei diversi Paesi. La risposta, forse più allettante, che da noi in questo particolare momento storico-economico: “le possibilità ci sono, bisogna saper fare bene il proprio lavoro! E perché no, siamo pronti a tutto, pur di trovare la nostra strada…. We have a dream: un lavoro che ci qualifichi e che ci permetta di dimostrare al meglio cosa anche noi sappiamo fare, non in termini di emigrazione-immigrazione, ma in termini di scambi di studio-lavoro”.

Prof. Marisa Fistarollo



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